
San Carpoforo
Deriva dal greco e significa "che porta frutti".
L'onomastico si festeggia per tradizione il 7 agosto in memoria di San Carpoforo,
martire a Como con altri compagni di fede. Con questo stesso nome la Chiesa
ricorda ancora: un martire con San Rufo a Capua, il 27 agosto; un altro a Roma
con i fratelli Severiano, Sevaro e Vittorino, detti i "Quattro Coronati", l'8
novembre e un prete, martirizzato con il diacono Abbondio, il 10 dicembre.
Santi Quattro
Coronati
Martiri 8 novembre Sec. IV
La loro memoria, chiaramente leggendaria, non è più nel Calendario della Chiesa:
ma perdura il loro ricordo, non tanto e non soltanto nella devozione, ma
nell'arte, perché i Quattro Santi Coronati sono considerati, per remota
tradizione, protettori degli scultori.
Secondo la leggenda, erano scalpellini che lavoravano nelle grandi cave di marmo
e di porfido dell'attuale Jugoslavia, a nord di Sirmium. Si chiamavano Claudio,
Nicostrato, Simproniano e Castorio. Erano qualcosa di più di semplici operai,
anche se qualcosa di meno di scultori, nel senso oggi attribuito di solito a
questa parola.
Una cosa era certa: i quattro tagliapietre cristiani erano i migliori artigiani
tra i molti che lavoravano nelle cave della Pannonia. Tanto bravi, che i
compagni, nella loro ignoranza, li credevano aiutati dalla magia. Formule
magiche sarebbero stati i segni di croce che essi tracciavano prima di
intraprendere il lavoro; formule magiche le preghiere e i cantici ripetuti
insieme durante l'opera.
L'imperatore Diocleziano, che nella vecchiaia si era stabilito a Spalato, in
Dalmazia, e si era dedicato a grandi opere di architettura e decorazione,
visitava spesso le cave della Pannonia. Sceglieva i blocchi di materiali e
commetteva volta per volta il lavoro desiderato.
Egli conosceva i quattro bravissimi scultori e ammirava l'opera loro. Anche per
questo, nessuno, tra i compagni di lavoro e tra i superiori, osava denunziare
come cristiani gli ottimi tagliapietre.
Tutto andò per il meglio, finché l'imperatore fece scolpire agli artisti
cristiani colonne di porfido in un sol blocco, capitelli a foglie, vasche
ricavate da un solo blocco di pietra, e perfino un grande carro del sole
trainato da cavalli. Gli scultori cristiani lo eseguirono alla perfezione,
perché opera puramente decorativa.
Ma un giorno, l'imperatore ordinò loro di scolpire genietti e vittorie, amorini
e figure mitologiche. Tra queste, un simulacro di Esculapio, dio della salute.
Per il giorno fissato, genietti e amorini furono pronti, ma non la statua di
Esculapio. Diocleziano pazientò, ordinando ancora aquile e leoni, che furono
presto fatti. Non fu fatto, però, il simulacro di Esculapio.
Diocleziano interrogò personalmente gli scultori cristiani, mostrandosi assai
generoso verso quegli artefici da lui così ammirati. Ma i compagni invidiosi e i
superiori gelosi facevano pressione.
Venne imbastito il processo, e la macchina della legge, messa in moto quasi
contro la volontà imperiale, travolse gli artefici cristiani, che vennero
gettati nel Danubio, chiusi entro botti di piombo.
Poco dopo, le loro reliquie furono portate a Roma, e ai Quattro Santi Coronati
s'intitolò, sul Celio, una delle più antiche chiese romane, diventata poi titolo
cardinalizio. Ma a Roma, quasi per gelosia di tanti onori dedicati a quattro
Martiri stranieri, ai Coronati autentici, patroni degli scultori, vennero
sovrapposti quattro leggendari Martiri di Roma, con i nomi di Severo, Severino.
San Rocco
Montpellier
(Francia), secolo XIV - 16 agosto di anno imprecisato.
Le fonti su di lui sono poco precise e rese più oscure dalla leggenda. In
pellegrinaggio diretto a Roma dopo aver donato tutti sui beni ai poveri, si
sarebbe fermato a ad Acquapendente, dedicandosi all'assistenza degli ammalati di
peste e facendo guarigioni miracolose che diffusero la sua fama. Peregrinando
per l'Italia centrale si dedicò ad opere di carità e di assistenza promuovendo
continue conversione. Sarebbe morto in prigione, dopo essere stato arrestato
presso Angera da alcuni soldati perché sospettato di spionaggio. Invocato nelle
campagne contro le malattie del bestiame e le catastrofi naturali, il suo culto
si diffuse straordinariamente nell'Italia del Nord, legato in particolare al suo
ruolo di protettore contro la peste.
Patronato:
Invalidi, Prigionieri
Etimologia: Rocco = grande e forte, o di alta statura, dal tedesco
Emblema: Cane
Maestro di
volontariato al suo tempo e nel nostro, popolarissimo per secoli in Europa; ma
sfortunato con vari suoi biografi immaginosi e discordi, perfino sui dati
capitali come nascita e morte. Concordemente lo si dice nato a Montpellier, in
Francia, forse da famiglia agiata. Tuttavia, perduti i genitori in giovane età,
distribuisce ai poveri quello che ha e poi s’incammina pellegrino verso Roma.
Ecco due dati certi: l’Italia e la peste. Rocco arriva in luoghi attaccati dal
contagio, che a metà Trecento col nome di Peste Nera devasta l’intera Europa, ma
che già prima e anche dopo continua a manifestarsi qua e là. Rocco lo trova ad
Acquapendente, presso Viterbo: e si stabilisce nel lazzaretto, per curare i
malati. Ma poi, prima di proseguire per Roma, si ferma a Cesena e a Rimini per
altre epidemie, occupandosi di malati che a volte neppure i parenti vogliono
assistere.
Quest’uomo
che ha distribuito ai poveri i beni di famiglia, non si considera padrone
neppure del suo tempo: i suoi giorni, mesi e anni sono anch’essi un bene sul
quale i sofferenti hanno un diritto di prelazione. Prima loro, poi tutto il
resto, incluso il pellegrinaggio. Giunto infine a Roma, vi rimane tre anni,
passando da un ospedale all’altro. E qui, si racconta, cura e guarisce un
cardinale, che lo presenta al papa (per qualche biografo il cardinale sarebbe
Anglico de Grimoard, anche lui della zona di Montpellier e fratello del papa
avignonese Urbano V, che è tornato a Roma nel 1367, riandando via tre anni dopo.
Se è così, cade l’ipotesi di un Rocco nato a fine Duecento e in piena gioventù
durante il soggiorno a Roma. Anglico de Grimoard, infatti, cardinale nel 1366,
visse a Roma tra il 1368 e il 1371).
Anche il
ritorno da Roma a Montpellier è interrotto da un’epidemia di peste, scoppiata a
Piacenza. Rocco vi si ferma e viene contagiato. Allora si trascina a una capanna
lungo il fiume Trebbia per morirvi in solitudine. Ed ecco entrare in scena il
cane famoso, che tanti artisti dipingeranno al suo fianco. Qui però non sembra
il caso di ricorrere ai miracoli: secondo la sua natura, il cane attira
l’attenzione del padrone del terreno, il nobile Gottardo Pollastrelli, sullo
sconosciuto giacente nella capanna. Così Rocco, soccorso e curato dal signore,
si ritroverà guarito. Tornato a Montpellier, però, nessuno lo riconosce:
scambiato per un malfattore, finisce in carcere senza ribellarsi, per cinque
anni, fino a morire trentaduenne, il 16 agosto di un anno imprecisato (un’altra
tesi, secondo cui sarebbe morto in carcere ad Angera, sul Lago Maggiore, è meno
attendibile). Nel secolo successivo, attraverso vicende controverse, i suoi
resti (o gran parte di essi) saranno portati a Venezia, trovando definitiva
collocazione nella chiesa a lui intitolata. Nel 1584 papa Gregorio XIII
iscriverà il suo nome tra quello dei santi.

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Parrocchia di Bissone di San Carpoforo
Contrada Maderni 7 - 6816 Bissone
Tel: 091 649 37 06
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